Quando un capo decide di restare in carica cerca di fare in modo che gli altri non si occupino del suo potere, se non nei suoi aspetti più futili e nelle inezie del quotidiano che lo rendono più umano.
Questa cosa non la pensavo solamente in relazione ai fatti contingenti, agli episodi che quotidianamente ed in maniera abbastanza ininfuente riempiono le giornate di questa giovane Italia, la pensavo bensì come una regola in qualche modo standardizzata ed assolutmente perseguita dal potere; con lo scopo forse occultare il potere stesso, umanizzandolo.
Il modello del capo ormai si discosta in maniera definitiva dal Marchese del Grillo che dice "io sò io e voi non sete un cazzo!"
Adesso il potere è simpatico, umano, incontra i suoi sottoposti,
fa bagni di folla nel suo elettorato, fa le corna nelle foto, fa battute fuori luogo,
ti fa entrare nella sua famiglia, ti mostra le sue debolezze per farle apparire simili alle tue.
Adesso il potere si mostra nudo e vulnerabile, il capo chiede il perdono, chiede consenso, chiede fiducia...
in questo modo l'uomo qualunque sente di avere un peso, un potere determinante nelle future scelte dell'azienda in cui lavora, sente che un sacrificio sia in qualche modo dovuto, si sente al centro di un ciclo produttivo che in realtà lo schiaccia.
Sente di doversi mettere l'abito buono per rappresentare in ogni momento nella maniera più adeguata il buon nome della propria patria, del proprio partito o della propria azienda.
Si organizzano grandiosi meeting, mega party in cui su ogni sedia e su ogni banco appare il nome di ognuno, come se tutti realmente percepissero equamente gli stessi benefici derivanti dall'attività che li vede coinvolti.
Non esistono grandi famiglie allargate, non esistono rapporti confidenziali con il capo, non esistono pacche sulle spalle, battute comandate e risate dovute,
quello che esiste è il potere che spesso non si può umanizzare e ancora più frequentemente non ha nulla a che fare con il ruolo tecnico che dovrebbe esercitare nell'interesse degli stakeholders.
Siamo tutti laureati, siamo tutti colleghi, siamo tutti benestanti, siamo tutti antirazzisti, siamo tutti capitalisti, siamo tutti studenti, siamo tutti cattolici,
siamo tutti padri e madri e belle famiglie, siamo tutti multietnici, siamo tutti flessibili, siamo tutti precari, siamo tutti idealisti, siamo tutti imprenditori...
siamo tutti uguali, questo lo sappiamo!
Ma non ci prendete in giro,
conserviamo anche la certezza che, in Italia,
noi siamo noi e
voi sapete benissimo che non saremo mai un cazzo!
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venerdì, novembre 14, 2008
Il potere banale
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domenica, luglio 06, 2008
Una strizzata sulla testa...
L'altro giorno Momo era lì seduto al tavolino a fare l'aperitivo.
Erano alcuni giorni ormai che non pensava alla sua gastrite cronica microerosiva...
Seduto sullo sgabelllone Momo ascoltava le lamentele che la persona che aveva di fronte aveva assorbito durante la settimana lavorativa e piano piano gli strizzava sulla testa.
Il tutto però riusciva a malapena a bagnargli i capelli, poi gradualmente scivolava via senza riuscire a penetrargli le suture del cranio.
Piuttosto Momo pensava che "il progress" a lavoro era stato positivo, che quella sera avrebbe incontrato il Brado nella sua "tana"...
Una volta lì, Momo avrebbe strizzato a sua volta le lamentele sulla testa del brado e da lì sarebbero scivolate via per sempre...
Pensava piuttosto che l'indomani avrebbe preso un treno per il nordest,
che a Padova avrebbe incontrato una vecchia amica,
che con lei avrebbe rivisto le foto di 15 anni prima con ancora i volti strappati e le facce cancellate dalle sofferenze premature di quella lontana adolescenza...
E in quelle foto avrebbe rivisto il mare e si sarebbe ricordato di quello che era stato, della vergogna di venire ritratto, degli amori fatti di sguardi e parole non dette e dei compagni che sono sempre lì, pronti ancora a condividere un pezzo di questa insensata esistenza.
giovedì, giugno 19, 2008
Intervallo
Nell'intervallo capita che ti metta a scrivere senza necessariamente sapere quello che scriverai.
Dopotutto, questo spesso capita anche ai professori...dico di iniziare a scrivere senza sapere bene quello che scriveranno...
A volte nell'intervallo si scrive solo per tenere impegnato il cervello, come se il solo atto di scrivere o leggere sia nobilitante in sè. Ci aiuti a non vanificare i 15 minuti che intercorrono fra il primo ed il secondo tempo di una partita.
A volte nell'intervallo si legge. A volte si legge la prima cosa che passa sotto il naso: forse la pubblicità dei computer, forse l'oroscopo, a volte il quotidiano gratuito che distrattamente ci siamo infilati sotto il braccio correndo in metropolitana; forse lo si fa per sentire che oggi ci si è informati, si è letto un quotidiano...
forse solo per tenere impegnato il cervello ed evitare di farsi rubare i 30 minuti che la vettura ogni giorno impiega da lavoro a casa.
Forse nell'intervallo si scrive e si legge qualunque cosa perchè il nostro psicologo ci ha raccomandato di non fermarci mai a fissare il vuoto,
forse per continuare a sentirci esseri pensanti, intelligenti, umani...
Forse nell'intervallo si legge e si scrive sempre e comunque, sempre e qualunque cosa semplicemente per non continuare a sentirci delle bestie...
E sentire che tutto ha un senso.
Che il mondo in qualche modo gira secondo un ordine razionale.
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mercoledì, giugno 04, 2008
Internazionale

Sta pinsava a na cosa ca sta liggia ieri sobbr’allu giurnali,
lu giurnali si chiama “internazionale” e in pratica scrivi notizi ca venunu ti lu mundu interu…
e sta sittimana parlaunu ti la situazioni Italiana, ti li negri, li zinghiri l’albanisi e tutti sti cristiani ca cu scappunu ti la gguerra o cu fannu nu picca di turnisi, iaticunu na barca ntra lu mari e ziccunu nu viaggiu ca non ci spiccia mai…
Stu giurnali ticia ca sta situazioni in Italia no su supporta cchiu’, ticia ca sti extracomunitari si n’hanna scì e ca l’italiani hannu ziccatu cu mentunu fuecu alli casi ddò quisti dormunu, e hannu ziccatu cu li mannunu ddo li carabbinieri ci l’acchiaunu senza documenti…
Io prendo spunto da quello che diceva quest’articolo per ricordare che l’Italia è il paese che storicamente e geograficamente è sempre stato terra di transito e scambio tra culture differenti.
le nostre varie identità regionali ed i nostri dialetti portano ancora e porteranno sempre traccia di questo passaggio!
Esorto ognuno a parlare nel proprio dialetto ogni qual volta l’identità multiculturale della nostra nazione dovesse essere minacciata.
mercoledì, aprile 16, 2008
AVANTI SENZA "COGLIONI"...ARRIVANO GLI UFO
giovedì, febbraio 14, 2008
Il caffè - Conclusione
Ho pensato a lungo a come far avvenire l’incontro di Malcom con la Sig.na DeMinchis e Barbie cinese, rispettando i ruoli rappresentati dai tre personaggi de “il caffè”…
Nella mia testa stamattina quest’incontro me lo so immaginato così:
Momo veste col il vestito gessato elegante, il vestito della domenica direbbe lui!
Pero non è domenica e lui quella mattina cerca lavoro, come molte mattine da un anno a questa parte.
Dopo il colloquio di quel giorno alla sFIgAT di Torino, mentre aspetta un treno che lo riporti a Milano, Momo legge le notizie che vengono dalla Thyssen e mangia una pizza di plastica da 5euro.
Il pensiero è ai suoi capelli:
“vale la pena attaccarsi al diritto di apparire rasta in un Italia che non riconosce ai lavoratori nemmeno il diritto a lavorare in sicurezza?”
Questa cosa pensa Momo mentre costata che altre persone più sfortunate avrebbero anche cambiato la propria nazionalità o il colore della pelle pur di accedere alla categoria lavorativa in cui lui un giorno si sarebbe neutralizzato…
Di ritorno a Milano, Momo entra nel primo baretto della stazione della metropolitana e ordina un caffè alla cameriera cinese…
Al bancone del bar, più in là rispetto a lui, c’era la sign.na De Minchis.
Momo ancora non sapeva che un giorno l’avrebbe coinvolta in questa storia, nemmeno la signorina lo pensava né tuttora lo immagina; la vicenda accaduta in effetti rappresentava per lei solo una storia di ordinaria discriminazione…
Quando Malcom arriva nel bar, pensa ancora alla sua bancarella, forse si pente di averla lasciata 10 minuti incustodita, forse pensa che avrebbe volentieri fatto l’elemosina al disgraziato che avrebbe trovato il coraggio di rubare ad un altro disgraziato come lui.
Nel momento in cui Malcom si avvicina al balcone e sta per ordinare il suo caffè, la sig.na De Minchis repentinamente si ritrae e prende con se la sua borsa come a proteggerne il contenuto.
Malcom che nella vita ha sempre dovuto ingoiare l’amarezza, questa volta sbotta:
“signora stia tranquilla non voglio i suoi soldi! Sono qui per un caffè!”
Nella mia testa stamattina quest’incontro me lo so immaginato così:
Momo veste col il vestito gessato elegante, il vestito della domenica direbbe lui!
Pero non è domenica e lui quella mattina cerca lavoro, come molte mattine da un anno a questa parte.
Dopo il colloquio di quel giorno alla sFIgAT di Torino, mentre aspetta un treno che lo riporti a Milano, Momo legge le notizie che vengono dalla Thyssen e mangia una pizza di plastica da 5euro.
Il pensiero è ai suoi capelli:
“vale la pena attaccarsi al diritto di apparire rasta in un Italia che non riconosce ai lavoratori nemmeno il diritto a lavorare in sicurezza?”
Questa cosa pensa Momo mentre costata che altre persone più sfortunate avrebbero anche cambiato la propria nazionalità o il colore della pelle pur di accedere alla categoria lavorativa in cui lui un giorno si sarebbe neutralizzato…
Di ritorno a Milano, Momo entra nel primo baretto della stazione della metropolitana e ordina un caffè alla cameriera cinese…
Al bancone del bar, più in là rispetto a lui, c’era la sign.na De Minchis.
Momo ancora non sapeva che un giorno l’avrebbe coinvolta in questa storia, nemmeno la signorina lo pensava né tuttora lo immagina; la vicenda accaduta in effetti rappresentava per lei solo una storia di ordinaria discriminazione…
Quando Malcom arriva nel bar, pensa ancora alla sua bancarella, forse si pente di averla lasciata 10 minuti incustodita, forse pensa che avrebbe volentieri fatto l’elemosina al disgraziato che avrebbe trovato il coraggio di rubare ad un altro disgraziato come lui.
Nel momento in cui Malcom si avvicina al balcone e sta per ordinare il suo caffè, la sig.na De Minchis repentinamente si ritrae e prende con se la sua borsa come a proteggerne il contenuto.
Malcom che nella vita ha sempre dovuto ingoiare l’amarezza, questa volta sbotta:
“signora stia tranquilla non voglio i suoi soldi! Sono qui per un caffè!”
“Ma come le viene in mente! Io non ho detto nulla, già è tanto che Ti ospitiamo in Italia Noi e ti permetti pure di rivolgerti in questo modo invece di ringraziare…”
“Signora lei si è presa la sua borsa con entrambe le mani, le ripeto che non penso di derubarla”
La Sig.na De Minchis ritenendosi ancora molto virtuosa nonostante la profezia del suo parroco, decide di avere pazienza e inizia ad ignorare quest’uomo nero e le sue parole.
Barbie cinese, da dietro il bancone, poggiando il terzo caffè interviene sull’uomo nero:
“Ehi tu lascia stale i miei clienti!”
Malcom a quel punto non ci vede più:
La Sig.na De Minchis ritenendosi ancora molto virtuosa nonostante la profezia del suo parroco, decide di avere pazienza e inizia ad ignorare quest’uomo nero e le sue parole.
Barbie cinese, da dietro il bancone, poggiando il terzo caffè interviene sull’uomo nero:
“Ehi tu lascia stale i miei clienti!”
Malcom a quel punto non ci vede più:
“E PERCHE’ IO COSA SONO?!”
Momo gli da ragione mentre esce dal baretto, pensando che quella a cui ha assistito non è una scena come un’altra anche se è una scena ordinaria,
queste sono storie di ordinaria discriminazione dell’Italia di oggi…
e non si può mai prendere un caffè in pace!
Momo gli da ragione mentre esce dal baretto, pensando che quella a cui ha assistito non è una scena come un’altra anche se è una scena ordinaria,
queste sono storie di ordinaria discriminazione dell’Italia di oggi…
e non si può mai prendere un caffè in pace!
giovedì, febbraio 07, 2008
Il caffè - Barbie cinese

Barbie cinese,
lavora a Milano in un bar della stazione della metropolitana;
Si ritiene fortunata perchè dopo tanti stenti finalmente ha trovato un lavoro regolare e ha visto riconoscersi il suo diritto alla sopravvivenza.
la sua vita non è mai stata facile.
Si mise in viaggio qualche tempo fa per scoprire l’occidente, terra verso cui molte sue amiche si erano proiettate negli ultimo ventennio.
dicevano che avrebbero trovato case da sogno, mariti muscolosi e fedeli, macchine lussuose, cani di razza a guardia della loro proprietà privata.
Il mondo occidentale per loro ha sempre rappresentato la vita ideale per sfuggire alla oppressione ed alle condizioni di vita in cui erano state costrette a vivere fino a quel momento.
Barbie cinese dal canto suo non cercava, partendo, di trovare chissà che cosa,
il suo pensiero era completamente catturato dal pericolo che, dopo l’aviaria, aveva maggiormente spaventato i suoi concittadini. Barbie cinese aveva paura che la Mattel le avrebbe prodotto dei figli dagli occhi inabili a causa delle contaminazioni di piombo e metalli pesanti.
"se ploplio devono avele li occhi a mandolla (che a me non piaciono!), almeno siano sani!".
Con questa preoccupazione è partita alla volta della sua vita da sogno nella casa da sogno di Barbie.
Appena arrivata si è resa subito conto che quello che si diceva sulla vita nella società capitalistica non corrispondeva esattamente allo stereotipo che questa stessa società esportava di sé.
La casa da sogno in realtà era un palazzo sventrato dalle bombe degli eserciti in miniatura, all’interno del quale alloggiavano decine di persone tra cui mazinga, goldrake e una serie di altri individui di altre razze. Tutti erano stati abbandonati ora che la playstation la faceva da padrone.
Il principe azzurro Ken era costretto a vendere giornali ai semafori e solo quando ha cominciato a perdere i capelli Barbie cinese ha iniziato a intuire che fine avesse fatto il suo pene.
La macchina di lusso aveva perso una ruota e lì dentro, da quel dì, ci viveva stabilmente un cane da guardia di razza pechinese con le zampe a pallini di lana e il corpo completamente rasato; da quando gli avevano strappato via la testa non aveva più il coraggio di farsi vedere in giardino e la casa di barbie cinese era diventata una casa d’appuntamenti dove anche ‘barbie naziskin’ e ‘barbie culo in faccia’ risiedevano senza pagare alcuna pigione.
Il timore di essere buttata via nella scatola dei "giocattoli per i bambini poveri" da subito ha fatto si che barbie cinese di rimboccasse le maniche e si dedicasse per 12 ore al giorno al suo impiego alla stazione di S. Donato milanese.
Quel pomeriggio di settembre, come ogni pomeriggio, stava scaldando pizzette e facendo caffè agli impiegati in transito.
lavora a Milano in un bar della stazione della metropolitana;
Si ritiene fortunata perchè dopo tanti stenti finalmente ha trovato un lavoro regolare e ha visto riconoscersi il suo diritto alla sopravvivenza.
la sua vita non è mai stata facile.
Si mise in viaggio qualche tempo fa per scoprire l’occidente, terra verso cui molte sue amiche si erano proiettate negli ultimo ventennio.
dicevano che avrebbero trovato case da sogno, mariti muscolosi e fedeli, macchine lussuose, cani di razza a guardia della loro proprietà privata.
Il mondo occidentale per loro ha sempre rappresentato la vita ideale per sfuggire alla oppressione ed alle condizioni di vita in cui erano state costrette a vivere fino a quel momento.
Barbie cinese dal canto suo non cercava, partendo, di trovare chissà che cosa,
il suo pensiero era completamente catturato dal pericolo che, dopo l’aviaria, aveva maggiormente spaventato i suoi concittadini. Barbie cinese aveva paura che la Mattel le avrebbe prodotto dei figli dagli occhi inabili a causa delle contaminazioni di piombo e metalli pesanti.
"se ploplio devono avele li occhi a mandolla (che a me non piaciono!), almeno siano sani!".
Con questa preoccupazione è partita alla volta della sua vita da sogno nella casa da sogno di Barbie.
Appena arrivata si è resa subito conto che quello che si diceva sulla vita nella società capitalistica non corrispondeva esattamente allo stereotipo che questa stessa società esportava di sé.
La casa da sogno in realtà era un palazzo sventrato dalle bombe degli eserciti in miniatura, all’interno del quale alloggiavano decine di persone tra cui mazinga, goldrake e una serie di altri individui di altre razze. Tutti erano stati abbandonati ora che la playstation la faceva da padrone.
Il principe azzurro Ken era costretto a vendere giornali ai semafori e solo quando ha cominciato a perdere i capelli Barbie cinese ha iniziato a intuire che fine avesse fatto il suo pene.
La macchina di lusso aveva perso una ruota e lì dentro, da quel dì, ci viveva stabilmente un cane da guardia di razza pechinese con le zampe a pallini di lana e il corpo completamente rasato; da quando gli avevano strappato via la testa non aveva più il coraggio di farsi vedere in giardino e la casa di barbie cinese era diventata una casa d’appuntamenti dove anche ‘barbie naziskin’ e ‘barbie culo in faccia’ risiedevano senza pagare alcuna pigione.
Il timore di essere buttata via nella scatola dei "giocattoli per i bambini poveri" da subito ha fatto si che barbie cinese di rimboccasse le maniche e si dedicasse per 12 ore al giorno al suo impiego alla stazione di S. Donato milanese.
Quel pomeriggio di settembre, come ogni pomeriggio, stava scaldando pizzette e facendo caffè agli impiegati in transito.
domenica, gennaio 27, 2008
Il caffé - La Sig.na De Minchis
La Sig.na De Minchis ha 70 anni e vive da sola,
dopo la morte della sorella vive nella sua villa in pieno centro circondata da un personale di servizio di nazionalità molto variegata.
Sollevata da ogni preoccupazione e responsabilità conduce una vita "regolare", frequentando la gente per bene della Milano bene, facendo la sua offerta alla parrocchia che frequenta dall'età di 10 anni e rimproverando i suoi servitori subalterni di non aver mai avuto ambizioni nella vita.
In gioventù non è mai stata corteggiata da qualcuno che fosse adeguato al suo lignaggio e questo potrebbe essere stato il motivo della sua profonda diffidenza nei confronti del sesso maschile.
Mano a mano che il tempo è passato e la sua virtù si è conservata, inviolata da tutti salvo che da sè medesima, dentro di lei ha cominciato a farsi strada l'idea che la sua verginità fosse in realtà un dono che le avrebbe permesso l'entrata a pieno titolo nel regno dei cieli.
Questo pensiero non è stato inizialmente scalfito quella domenica di settembre in cui il vecchio parroco, durante la sua omelia, sentenziava che la verginità conservata senza sacrificio non costituisce virtù, e che il cattolico virtuoso è quello che conosce il piacere del peccato e sceglie, nelle sue azioni, di rinunciarvi.
La De minchis, aveva bisogno di riflettere un pò sulla irrituale dichiarazione del prelato e prima di andare a mangiare i suoi cappelletti al brodo, decide di prendere un caffé nel bar della metropolitana...
Sollevata da ogni preoccupazione e responsabilità conduce una vita "regolare", frequentando la gente per bene della Milano bene, facendo la sua offerta alla parrocchia che frequenta dall'età di 10 anni e rimproverando i suoi servitori subalterni di non aver mai avuto ambizioni nella vita.
In gioventù non è mai stata corteggiata da qualcuno che fosse adeguato al suo lignaggio e questo potrebbe essere stato il motivo della sua profonda diffidenza nei confronti del sesso maschile.
Mano a mano che il tempo è passato e la sua virtù si è conservata, inviolata da tutti salvo che da sè medesima, dentro di lei ha cominciato a farsi strada l'idea che la sua verginità fosse in realtà un dono che le avrebbe permesso l'entrata a pieno titolo nel regno dei cieli.
Questo pensiero non è stato inizialmente scalfito quella domenica di settembre in cui il vecchio parroco, durante la sua omelia, sentenziava che la verginità conservata senza sacrificio non costituisce virtù, e che il cattolico virtuoso è quello che conosce il piacere del peccato e sceglie, nelle sue azioni, di rinunciarvi.
La De minchis, aveva bisogno di riflettere un pò sulla irrituale dichiarazione del prelato e prima di andare a mangiare i suoi cappelletti al brodo, decide di prendere un caffé nel bar della metropolitana...
martedì, gennaio 22, 2008
Il caffé - Malcom

Protagonisti: Malcom, Sig.na De Minchis, Barbie cinese, Momo
Malcom ha 30 anni e nella sua vita ha fatto:
la guida turistica;
l'autista;
ha attraversato il deserto;
ha lavorato in Marocco nei cantieri edili;
ha lavorato in Spagna da cui è fuggito durante la settimana santa dopo un incontro con una strana processione del KuKluxKlan a Siviglia...
Nel 2003 è arrivato in Italia, in Puglia dove ha percorso tutte le spiagge nell'intento di vendere incensi e racchettoni ai bagnanti;
ha fatto il venditore ambulante di CD, calzini, libri di poeti senegalesi a S. Oronzo a Lecce;
Durante il periodo pasquale 2004 si è visto costretto a scappare anche dalla Puglia perché quelli del KuKluxKlan l'avevano seguito sino a Taranto e volevano metterlo in un centro di accoglienza, ma lui intuiva che non era una cosa buona e giusta.
Arrivato a Milano, vive le sue giornate scontrando il suo destino con quello degli impiegati che ogni giorno varcano indifferenti i tornelli della metropolitana...
Nessuno compra nulla quella mattina di settembre e Malcom decide di abbandonare il suo lenzuolo pieno di cianfrusaglie di pelletteria e si dirige verso il bar della stazione per fare il pieno di caffeina e prolungare la speranza di qualche ora...
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- Momo ed io
- momo ed io non siamo molto compatibili ma dobbiamo rassegnarci a convivere.
